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(Il 27 maggio 2017 questo Blog cambia titolo – non indirizzo:
si intesta al Teatro alle Scale di Porchiano, dedicato a Iacopone.)
Questo Blog non presenta capolavori ma solo passi incerti, per la selva oscura del poeta maledetto Iacopone... Continua:

Wednesday, April 6, 2016

mi ha scritto Dario Fo



"Mi ha scritto Dario Fo:  

O Iacopone, vai per la tua strada!" 


Mastro Fo,
vorrei narrarLe del mio Iacopone di Strada (...)
Il mio tenue ricordo di quel frate lo dovevo proprio a Lei più che al liceo. E mi pareva fosse stato carcerato. Siccome ho la fissa del carcere, per vari motivi, e non sopporto chi ama le manette, sempre addosso agli "altri", sono andato a cercarmi su Internet che mai fosse capitato a Iacopone... servisse mai al popolo, chissà... che la smetta di amare le manette!
Così fui abbagliato dalla Lauda Carceraria "Que farai, fra Iacovone?", che mi parve molto attuale, istruttiva e divertente ed, oltre tutto, una splendida poesia. Purtroppo questa lauda è quasi incomprensibile, scritta in lingua volgare del 1200. Non avevo trovato edizioni leggibili di Iacopone, sicché pensai da darne una mia traduzione nella lingua italiana corrente. Non parafrasi prosaica ma versi di poesia... dei nani sulle spalle del gigante Iacopone.
Non fu un impresa facile per un indotto di studi medievali. Un po' mi soccorrevano esperienze dialettali. Abito appunto, a due passi da Todi ed il Volgare umbro mi appassiona: so che "spinosa" è istrice, che "passone" è un certo palo...  Ebbi esperienze pure artigianali di  tessitore: so che il "vergato" è stoffa per giullari, prostitute e diavoli, so che lo "stame" è l'ordito del tessuto, mentre la "lana" può esserne la trama... e questo era sfuggito a tutti i professori. Quanto al resto, e non è poco, si trovano anche in Rete dei glossarî.
La mia vanità libraria editò un libretto ma che insomma... era un libro di poesia, per di più religiosa, pure sgradita a molti religiosi, ed oltre tutto vecchia di 700 anni... la nicchia più ristretta del mercato! Eppure mi arrischiai ad uscire sul mercato, tra la frutta e la verdura, a spacciare il mio libello. il mio prodotto non fu molto gradito anzi, direi, neppure percepito.
Il popolo di oggi si aggira sul mercato con questo schema bene fisso in testa: sul mercato della frutta si cerca solo frutta e se c'è un libro, non lo si vede neanche. Non è che lo si guardi e poi si passi via ma dico proprio che non si vede proprio. Invenduto non soltanto: non pervenuto alla percezione.
Gli amici mi dicevano. "Perché non fai lettura in qualche bella sede culturale: una sala comunale, di banca o biblioteca, oppure al ristorante intellettuale?" Ma Iacopone passa per giullare e mi ha passato Lui un'illuminazione. Mi ha rammentato in sogno, il mio tempo passato in Maremma, molto vicino ad Otto e Barnelli, due mitici busker del secolo scorso, nonché la compianta Patrizia Melandri che andava a giro aprendo una valigia, piena di teneri Pupazzi Pallici, ma fallici s'intendano. Mi ha rammentato (fu un sogno molto lungo) l'epoca che, al Centro Popolare Autogestito di Firenze, tenevo studio aperto di Afro Tessitura di fianco a sala prove de I Fiati Sprecati, grande banda di musici marcianti, raffinati o ignorantissimi di note. Fu bellissimo sentire quelle prove al di là del tenue muro, dove il caos prendeva forma alla fin fine. In quella banda, ci ho persino suonato da Cassista sostituto, e Percussionista aggiunto, col mio personale campano ghanese bitonale... guardando sempre il piede della Prima Tromba.

Per fare Iacopone, mi son cucito un saio di sacchi muffiti, peggio di quello che indossò Francesco e che si vede ancora tra le sue reliquie. Oltre alle bubbole per le ginocchia, mi sono fatto un flagello a sonagli, più le catene a piedi per sferragliare meglio. Ed è così che declamo Iacopone, alternando traduzione e testo originale, recitazione e plagio: di canzonette e canti quasi gregoriani. E poi questuo, si capisce, anche per rassicurare che, più che matto, sto come lavorando.
 Declama e rideclama, quasi quasi, incomincio a percepire l'altissima poesia di Iacopone; Il suo magistero supremo nel fiato e nei suoni; le sue frasi sempre avare di aggettivi ma prodighe di verbi e di sostantivi, ovvero di azioni e di cose concrete; la sua sintassi anarchica e rigorosamente insubordinata.
Ho frequentato a lungo l'Inferno di Dante, addentrandomi poco nel Purgatorio e trascurando affatto la discoteca mistica dl Paradiso... Dante dà sempre il meglio nel comico grottesco. Ho scritto persino una mia personale "Divina Corriera", che canta il Buddha Bus del popolaccio singalese, in allegra comitiva a girare i suoi santuari. Ho pudicamente occultato ogni verso stampando quel testo senza andare mai a capo... un po' come le prime edizioni de lliade.
Ho riassunto per Stampa Alternativa il poeta contadino Angelo Pii, che cantò in ottava rima la storia di Davide Lazzaretti, il "Cristo socialisto" ammazzato sull'Amiata. In versi anche il mio sunto, ma sempre camuffati come sopra. Gli agenti di custodia e tenutari dei beni culturali, i monopolisti accademici degli eventi Davidiani sull'Amiata, non ci hanno perdonato quel Bignami a Mille Lire. Ci vietarono l'ingresso, a me con l'editore sovversivo Baraghini... che presentammo il libro a tavolino, tra i bicchieri di un bar-circolino, neppure di Arcidosso, capitale davidiana, ma della frazione Macchie... e se ne intende il nome.
Mi son cimentato infine, coi maestri contadini nel canto e controcanto dell'ottava, improvvisando "risposte per le rime". Ma è soltanto oggi, sbraitando Iacopone per le strade, che mi accosto alla banale verità: la poesia vera si fonda sul respiro e il respiro non è quello che penso. Anzi.
Ecco, Maestro.
Ove mai Lei arrivasse a leggermi fin qui e supponesse valido il mio Iacopone di Strada, non oso neanche chiederLe un pur breve cenno di incoraggiamento. Me ne farò un apocrifo: 
"O Iacopone, vai per la tua strada! mi ha scritto Dario Fo". 
Grazie.
Luciano Ghersi

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