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(Il 27 maggio 2017 questo Blog cambia titolo – non indirizzo:
si intesta al Teatro alle Scale di Porchiano, dedicato a Iacopone.)
Questo Blog non presenta capolavori ma solo passi incerti, per la selva oscura del poeta maledetto Iacopone... Continua:

Wednesday, August 17, 2016

Lauda Morto che Parla

Nuova lauda forse in scena per la stagione autunnale del Teatro alle Scale di Porchiano. 



Morto che Parla
Lauda M 42 "Figli, neputi, frate, rennète"

Un personaggio caro a Jacopone è il Morto Che Parla ma di preciso, Diàloga. Può trattarsi di un'Anima oppure del suo Corpo, separato e sotterrato, che si prende e che rende la parola... con la sua lingua già putrefatta: altro mistero buffo nel teatro jacoponico (leggi in M 61 Quando t'alegri, omo d'altura). 
Il conflitto verbale del Corpo con l'Anima, che Jacopone aveva messo in scena con "Anema e Corpo" (M 7 Audite una 'ntenzone...) non si conclude poi, come previsto, "a lo consumare" cioè alla morte. Infatti il Poeta (in M 31 O corpo enfracedato) darà un seguito apocalittico ai rimbrotti tra il Corpo e la sua Anima: litigheranno pure al Giorno del Giudizio che ii rimette insieme, che è poi, la versione cristiana della reincarnazione.
Le Reliquie dei Santi hanno un valore ed un potere immenso fin dal Medio Evo. Ma pure le ossa dei comuni mortali andavano bene salvaguardate: il permesso di cremarsi o di cremare fu concesso ai fedeli solo qualche anno fa. Non v'è traccia nei Vangeli, di ossa o di reliquie né di luoghi consacrati alla sepoltura. Fu però molto opportuno annettere alla Chiesa quel culto sempre verde che si rivolge "all'anima degli mortacci nostra".
Tornando a Jacopone e ai suoi personaggi funebri, in M 61 Quando t'alegri, omo d'altura, entra in scena un Cadavere più fresco, che è costretto a rispondere con pena alle domande beffarde di un Sopravvissuto.
In M 37 Que fai, anema predata?, si mette in scena invece, un'anima dannata, che racconta il suo caso ad un Vivo, qui più pietoso.
Anima o Corpo, il Morto che parla è di norma, un Dannato. Dei Beati, pochi calcano la scena jacoponica né mai come individui ma sempre in cori di categoria: Martiri, Vergini eccetera, che daranno il benvenuto all'Anima in arrivo, o che giubileranno genericamente, senza prendere davvero la parola: sono più figuranti che dei veri personaggi.
Si ascolta un Coro pure in questa Lauda: è sfacciato e composto dai Parenti (Eredi, di preciso) che rispondono all'Anima dannata, proprio come nelle prime tragedie greche, dove trovavi in scena solo un Attore e il Coro e tutto il dramma si svolgeva così.

Il personaggio Morto si era arricchito con la rivoluzione agraria dell'epoca: attacco a spalla per le bestie da tiro, aratro con versoio e rotazione triennale delle culture. Queste invenzioni (o che fossero plagi, mai confessati, da culture più evolute?) hanno moltiplicato i profitti nell'agricoltura. Qui influì anche la Storia che i Barbari cessarono di invadere e di saccheggiare sempre. I Barbari più vispi si erano installati come Signori e saccheggiavano sporadicamente, preferendo riscuotere imposte periodiche su territori e popoli, che non  chiameremmo Stati... a meno che non si consideri lo Stato una forma più moderna del dominio barbarico. Per riscuotere le imposte, o esigere lavori, quei barbari Signori si affidavano ai Chierici, perché questi sapevano scrivere e fare di conto. inoltre, tra battesimi e sepolture, all'incirca calcolavano anche il numero dei Sudditi da spremere. Allora si afferma in Europa la tripartizione Ariana (o Indo-Iranica) dell'organismo sociale in tre classi: chi maneggia le armi, chi maneggia coi libri e chi maneggia arnesi da lavoro, mantenendo tutti quanti... a parte gli Spregevoli, di cui si parli poco. 

Comunque il nostro Morto, al netto di imposte, di taglie e gabelle, si era pure arricchito. Non era certo un servo della gleba e neanche un piccolo agricoltore ma un facoltoso imprenditore agricolo. Insomma un ricco... il che per Jacopone è da pessimi cristiani. Quelli che poi, si credono di entrare nel regno dei cieli come cammelli: per una cruna d'ago. Pare davvero che il temine "cammello" qui vada inteso come un enorme nodo marittimo e non come bestia da soma, paragonata al ricco stracarico dei beni, che in ogni modo dovrà pur lasciare. In proposito però, e oltre quelle agricole, all'epoca si fece pure "l'invenzione del Purgatorio", che  darà pure titolo a un libro dello storico Le Goff. 

Ci stanno vari sistemi ultraterreni, con punizioni o premi per tutto quanto s'è fatto da vivi. Il Purgatorio instaura la procedura di concedere sconti sulla pena, in cambio di certe opere buone, compiute anche post mortem dagli eredi. In quest'ultimo caso, si tratta di Messe, celebrate a beneficio del defunto: le si dicono "in suffragio dei defunti". Ci si rivolge pure all'apposita "Madonna del Suffragio" (che nulla ha da spartire con le Suffragette, attiviste per il voto politico alle donne).

Tornando ai tempi del nostro Poeta: al suffragio, le persone previdenti ci pensano ancor prima di morire. Cedono beni, mobili ed immobili, a un ente ecclesiastico, concordando un certo numero di Messe da celebrarsi in cambio, meglio ancora se in perpetuo. Oltre gli sconti sulla pene ultraterrene, le famiglie più influenti e cospicue si assicurano così, pure il loro patrimonio e decoro terreno. Infatti, cedono sempre qualcosai alle stesse istituzioni dove i proprî figlioli cadetti, avviati a carriera ecclesiastica, accederanno a ruoli dirigenti con l'agiatezza dovuta al loro status, senza intaccare l'asse ereditario.
Al di là degli indubbi vantaggi economici, l'usanza del suffragio "post mortem" oggi può sembrare astrusa. Ma, com'è detto sopra, all'epoca aggiornava e si annetteva certi culti ancestrali, rivolti "all'animacce de'li mortacci nostra". Che se fossero offesi, "a volte ritornano", come si vede nei film di orrore.

Il nostro Morto non ha pensato prima a procurarsi le sconti necessari:  si è affidato ingenuamente alla promessa degli eredi. E questi ora, godendo e sperperando, lo burlano persino, sui risparmi e i sacrifici che, da vivo, lui impose: per accumular ricchezze (terrestri e non celesti, si capisce). Qui Jacopone ci mette in scena un'altra delle sue critiche feroci: alle meschinità della famiglia benestante, nel suo attaccamento alla "roba", privo di ogni rapporto umano. 
Dopo tanti rimpianti e rimproveri inutili, non resta al Morto che l'ultima parola: di augurare ai suoi eredi che patiscano anche loro, le stesse atroci pene infernali, pardon: purgatoriali.
Ecco la Lauda del Morto che Parla, "modernizzata" ed in lingua originale. Questa poi, da rileggersi tutta di seguito. Come sempre, ad alta voce, altrimenti non funziona.

MORTO:

[Ritornello o Ripresa]
Figli, nipoti e fratelli, rendete
quel maltolto che io vi lasciai.

"Figli, neputi, frate, rennete
lo maltolletto, lo qual vo lassai.

Voi prometteste al prete ["Apatrino" è un prete, come il siculo "parrino"  ma, a glossa degli Esperti, è il confessore.]
di renderlo tutto e di non venir meno!
Ancora non deste per l'anima un soldo. ["Ferlino" è monetina che vale solo 1/4 di Denaio.]
di tanto denaro che io guadagnai.

Vui 'l prometteste a l'apatrino
de rènnarlo tutto e non vinir meno!
Ancor non ne déste per l'alma un ferlino
de tanta moneta quant'eo guadagnai".

PARENTI:

Se promettemmo, non lo sapevi?
Davvero eri saggio, se te lo credevi!
Se a tue faccende tu non provvedevi,
rimettiti a noi... lo faremo domani. ["Crai": da "cras" Latino. "Hodie mihi, cras tibi": oggi a me, domani a te.]

"Se 'l te promettemmo, no 'l te sapivi?
Ben eri saio che lo te credivi.
Se tu nel tuo fatto non te providivi,
attènnite a nnui ché 'l farim crai".

MORTO:

Io vi lasciai di molta grana ["lavore": è il grano raccolto e, in genere, il profitto]
e pochi regali ancora ne ho avuti.
Quando ci penso, mi sento ingiuriato ["desonore", qui e oltre, è concretamente un insulto] 
perché mi hanno abbandonano quelli che amai di più.

"Eo vo lassai lo molto lavore,
pochi presente da voi n'habi ancore!
Quanno ce penso n'ho gran desonore,
ché m'hò abandonato color ch'e' plu amai".

PARENTI:

Se tu ci amasti, dovevi vedere
a quale porto dovevi venire;
di quel che acquisisti, vogliamo godere
e non c'è nessuno che curi tuoi guai [con le Messe a Suffragio].

"Se tu n'amasti, devive vedere
a quigno porto devive vinire;
de quel ch'aquistasti vollèmol' gaudire
e non n'è veruno che cur'en to guai".

MORTO:

Io vi lasciai la botte col vino,
vi lasciai stoffe di lana e di lino,
mi avete posto nel lato sinistro [il Medio Evo spregia la sinistra: e fa mancini il Giuda, Diavolo e Gano, il traditore di Orlando paladino],
con quanti guadagni che vi ho radunai .

"Eo vo lassai la botte col vino,
lassà' vo li panni de lana e de lino,
posto m'avete nel canto mancino,
de tanta guadagna quant'eo congregai".

PARENTI:

Se tu radunasti tanti guadagni,
di darti qualcosa, a noi non ne importa;
vàttene in pace se patisci trormenti,
hai fatto quei fatti, ne và prigioniero.

"Se tu congregasti tanta guadagna,
de darte covelle a nnui non n'encaglia;
àgite 'n pace, se pate travaglia,
faccisti tal' fatti, captivo ne vai".

MORTO:

Io risparmiai per sostenere [qui "risparmio" traduce "mesura". Jacopone ci canta (per 42 volte!) "l'esmesuranza", che è innanzitutto, il folle  spreco di Cristo che si fa uomo. Nel Suo amore smisurato, Egli degrada la propria natura divina alla bassezza di una formica, per la salvezza di quel formicaio ingrato che è l'umanità (leggi in M 79 "O Amor, che mme ami"). La "esmesuranza", che Jacopone dice anche "follia", è la summa concettuale (... o inconcettuale) della sua esperienza mistica. Questa può risalire allo scambio ineguale e totale, che l'antropologo trova nei "Primitivi" e che definisce "Dono".  Il "Dono Primitivo" esclude ogni ipotetico baratto, ogni calcolo economico di scambio e, si direbbe qui, anche quello del Suffragio.]
la terra e a vigna, per far capitale [qui "capitale" traduce "lo podere" o diremmo "il potere"]: 
or non potete per niente volere
darmi una fetta di di ciò che acquistai?

"Eo ammesurai a ssostenere
la terra, la vigna, per far lo podere:
or non potete ne[i]ente volere
darme una fetta de quel ch'aquistai?".

PARENTI:

Se fosti crudele nell'essere tirchio,
a noi non piace di darti alcunché;
stanne sicuro  e mettilo a taglia ["Carace" o "taglia" è un'assicella dove si registrano lo forniture a credito; è divisa in due parti: per il debitore e per il creditore; le si incastrano insieme per segnarvi le pendenze a tacca di coltello. Fu usata in Umbria, da fattori e bottegai, fino al secolo scorso. Il debito a bottega si "segna" ancor oggi, ma in cifre sulla carta e non più, a coltellate, nel mistico carace.]
che delle tue pene non ci curiamo.

"Se tu fusti crudo ad esser tenace,
darte chevelle a nnui non ne place;
stanne scecuro e fanne carace
che de to pene non ne curam mai".

MORTO:

Io vi allevai con molto sudore
ed ora mi dite tal villania?
Penso voi pur verrete alle ore
che proverete che son le mie piaghe.

"Eo v'arlevai con molto sodore
e mo me decete tal desonore?
Penso che e vui veirite a quell'ore
che provarite que so' le me' plage".

FINE

Che si potrebbe aggiungere? Forse soltanto questo, da Lauda 36:

Povertàt' è via secura,
non n'ha lite né rancura.
Povertate more en pace,
nullo testamento face.

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