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Questo Blog non presenta capolavori ma solo passi incerti, per la selva oscura del poeta maledetto Iacopone... Continua:

Monday, September 19, 2016

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immagini da FB Strade Bianche

"Pentito" o "Irriducibile"?




Il comunicatore scomunicato: 
Iacopone "Pentito" o "Irriducibile"?


Chiarissimo e caro, professor Franco Suitner,

ho letto con piacere, e spero con profitto, il suo libro Iacopone da Todi (Ed.  Donzelli, 1999).  Lei scrive che "la materia affrontata (...) è complessa e prevede competenze diverse, difficili da riunirsi in un'unica persona: sarò particolarmente grato ai colleghi e ai lettori in genere che vorranno aprire un dialogo con me."
Qui mi confesso "lettore in genere". La mia sola competenza può ridursi al divulgare teatralmente il testo iacoponico e pur qui, senza specifiche competenze teatrali. In tal modo dissento dalla Sua ipotesi su Iacopone, anziano e malato, che si arrende finalmente a papa Bonifazio.

Lei scrive iI Poeta supplicherebbe al papa di scarcerarlo, nella cosiddetta "seconda epistola a papa Bonifazio" (67 "Lo pastor del mio peccato"). Precisamente ai versi:
De star sempre empresonato,    se esta pena non ce basta,
pòi firire cun altr'asta,    como place al tuo sedile.
Secondo me, qui Iacopone dice: "Se la mia pena al carcere non ti è  sufficiente, tu puoi ferirmi con un'altra lancia ma non con quella della Scomunica". Dunque non chiede affatto la scarcerazione ma invece ribadisce, con analoga metafora guerresca, quanto lui già scrisse (55 O papa Bonifazio, eo porto tuo prefazio):
Per grazia te peto    che me dichi: "Absolveto",
e l'altre pene me lassi    fin ch'e' de mondo passi.
Poi, se tte vol' provare    e meco essercetare,
non de questa materia,    ma d'altro modo prelia.
La "materia" del contendere è sempre e solamente la Scomunica, non la carcerazione. Quando Iacopone chiede:
che ['n] me porge la man rogo     e sì me rende a san Francesco,
ch'isso me remetta al desco,     ch'eo receva el meo pastile.
Qui il Poeta può pur chiedere (come Lei scrive) di essere riammesso tra i Francescani per "consumare insieme a loro il loro frugale pasto giornaliero". Però quil il Mancini interpreta pastile come "Comunione". Del resto, Iacopone aggiunge dopo (v. 35):
Deputato so' êll'onferno     e so' ionto ià a la porta;
e non si andrà all'Inferno per l'esclusione dalla mensa francescana, ci si andrà per la Scomunica dall'Ostia consacrata. Certamente, Iacopone si lamenta di essere escluso, come un lebbroso, tanto dal pasto Eucaristico quanto da ogni pranzo profano. Perciò non solo dalle mense francescane ma pure da ogni pranzo fra cristiani (per dire qui, volgarmente: gli "umani" rispetto alle bestie):
Co' malsano putulente,     deiettato so' da sani,
né en santo né a mensa     con om san non magno pane.
L'esclusione da ogni mensa è inclusa fra le pene di Scomunica. Sono importanti, i discorsi a tavola: dal Simposio di Platone alla lettura sacra nelle mense conventuali... fino al valore comico che Bachtin ne rintraccia in Rabelais. Ai giorni nostri, ci si incontra per discutere in "cene di lavoro". Si può immaginare che il nostro Poeta fosse invitato a prender la parola anche a tavola. Si da pur testimonianza che Iacopone avesse recitato la sua orribile Lauda Insanitaria (81 O Signor per cortesia) al cospetto di Papa e Cardinali. Me li vedo alquanto brilli, alla fine di un banchetto, che dicessero  "Sentiamo Iacopone, che ce ne canti una delle sue"... e lui che li serviva da par suo con quelli a tastarsi sotto la tovaglia. Ciò per dire che la mensa offre al poeta un pubblico che sarà inaccessibile allo Scomunicato. Perciò il Poeta, più che mangiare, qui può avere l'intenzione di enunciare il suo messaggio: di "comunicare".

Le Goff parla di "fame del sacramento" nel mondo medievale e francescano. A noi Moderni parrà contraddittorio che, all'abiura del Corpo sozzo e malvagio, corrisponda l'estrema importanza di quei "segni sensibili" della Divinità che, per la Chiesa, stanno nei Sacramenti: nell'Acqua di Battesimo, nel Pane e nel Vino di Comunione, nell'Olio di Oliva al cresimando, al sacerdotabile, al moribondo... ed al sovrano.  Spirito e Materia qui si confondono e, come Lei scrisse: "la materia affrontata (...) è complessa e prevede competenze diverse, difficili da riunirsi in un'unica persona". Forse la competenza dell'Antropologo qui potrà spiegarci meglio. Col Canettieri, credo, attendiamo l'Antropologo che possa approfondire l'àmbito sciamanico di Iacopone.
Inoltre, la condanna alla Scomunica non implicò soltanto, l'esclusione dal rito divoratorio dell'Ostia consacrata ma pure l'esclusione da ogni contatto umano e da ogni contratto civile. Era nullo ogni contratto sottoscritto dallo Scomunicato, che non poteva esigere i suoi crediti né fare testamento (ogni suo bene, credo, finiva incamerato dalla Chiesa). Vietato, s'è anzi detto, mangiare o parlare insieme con lo Scomunicato. Quest'ultimo divieto fu certo il più bruciante al poeta Iacopone: di tutti gli altri gli sarà importato poco, nel suo amor de povertate, / renno de tranquillitate!

Iacopone incarcerato, non poteva parlare con nessuno perché era inoltre, scomunicato. (53 Que farai fra Iacovone?"). Pare assurdo che invece, tra merda e catene, gli fosse concesso l'armamentario di uno scriptorium, perché lui ci trasmettesse i suoi versi temibili. La mia modesta divulgazione teatrale mette il scena il Poeta che compone, danzando e cantando, la stessa lauda, al ritmo sferragliante dei suoi passi incatenati nelle "iette de sparvire". Scrissi pure che il Poeta qui ritratta il suo disprezzo per "le ipocrite mustranze" dei Flagellanti che, al ritmo della frusta, cantavano e danzavano per strada un teatro mistico, dalle oscure radici pagan-popolari. Qui invece, Iacopone si trova anche lui, a danzare cantando. Lo sente il carceriere, che è tenuto a rapportare parola per parola al superiore. E così per via gerarchica, la poesia poi si registra per iscritto: negli atti giudiziari relativi a Iacopone. Finché ogni atto finisce sulla stampa, come si direbbe oggi. Questa mia ipotesi è puramente teatrale.

(Inoltre mi consenta una parentesi, mio caro e chiaro Suitner. Secondo me, Lei equipara troppo il nostro Poeta a un professore o a uno scrittore, sulle scorte del Tresatti (in sua nota a 81 "O Signor per cortesia") che se lo immagina "prendere la penna a testimonio del concetto". A parte forse, quei cosiddetti sermoni didattici, che Iacopone avesse mai composto per istruire frati, io crederei piuttosto che tutta la poesia di Iacopone sia composta oralmente più che scritta o, diciamolo, mentale.
La Mente per un mistico, è sempre spazzatura e, all'epoca, lo scritto era un articolo di lusso. Lo immagino aborrito dal nostro Poeta, sempre fanatico di "Povertate". In generale, credo che la poesia non sia "concetto formulato e scritto" me che sia piuttosto "respiro e voce" del Corpo, sozzo e malvagio quanto lo si dica.

Mettendo in scena la seconda lauda carceraria (55 "O papa Bonifazio, eo porto il tuo prefazio"), mi sono immaginato Iacopone a compilare un modulo di "domandina". Con questa, ai nostri giorni, il Detenuto indirizza alla Direzione Carceraria un documento che, di necessità, sarà conservato in archivio. Insomma, Iacopone avrebbe usato l'espediente burocratico dei dissidenti sovietici, che così registravano le angherie patite. Quando l'Urss poi si dissolse, ne rimasero gli archivi, a disposizione dell'umanità. Così sarà successo pure per Iacopone... altra ipotesi teatrale, lo confesso.

Torno alla terza lauda carceraria (67 "Lo pastor del mio peccato"), di cui contesto la Sua interpretazione di un "pentito Iacopone", arreso infine a chiedere clemenza. Secondo me, Lui non concede nulla, più di quanto abbia concesso nel (55) prefazio precedente: sembra ancora, che ritratti solamente la sua firma nel proclama di Lunghezza. Cioè riconoscerebbe Bonifazio come papa... "Tale qual è, tal è". In quanto papa e qualunque egli sia, ha il potere di imporre o revocare la Scomunica perché è il Vice di Cristo. Infatti "Lo pastor (67), a parte i suoi dettagli conclusivi sull'empiasto burocratico, non è altro una una serie di parafrasi evangeliche, dove Cristo perdona e guarisce. Dunque, il suo Vice dovrebbe fare altrettanto, rispetto, alla Scomunica di Iacopone. Lei qui, Suitner, non ci trova sarcasmo né ironia, io non ne sarei sicuro. Più oltre, in conclusione, avanzerò un'ulteriore ipotesi, indubbiamente agiografica e anagogica.

Escluso che che al Poeta detenuto fosse concesso l'occorrente per scrivere, si può pure immaginare che qualche influente suo ammiratore gli ottenesse per tre volte, l'autorizzazione di indirizzare una supplica al papa. Iacopone, da poeta consumato (o da "intellettuale nato", come Lei preferisce) avrebbe approfittato di tutt'e tre le insperate occasioni per scrivere e diffondere i suoi versi... tanto infatti, è successo.
Alla prima (53 Que farai), il Poeta non cura di rivolgere suppliche.  Menzionata la sua causa (Pellestrina), espone subito le condizioni infami della sua detenzione. Poi riassume, stravagando a modo suo, le attenuanti del suo crimine. Queste stanno nel conflitto tra i frati Spirituali, sposati a Povertàte, e quelli Conventuali, assetati di potere clericale. Infine Iacopone dichiara di non chiedere sconti di pena anzi, ringrazia con santa arroganza per l'opportunità di fare ulteriori penitenze. Tutto questo presupposto "modulo di supplica" sarà compilato come si deve, soltanto alla fine. Qui Mancini evidenzia la Firma (Iacovon), l'Indirizzo del Mittente (en Todo) e il presupposto Destinatario: la Santa Sede (en cort'i Roma). Ma il Poeta rivela le sue vere intenzioni, augurando al suo canto di espandersi assai oltre: "en tribù lengua e nazione".
Alla seconda occasione di Supplica, Iacopone trasmette quel "Prefazio" che, formalmente si rivolge a papa ma, come supplica, è davvero indisponente.
Alla terza occasione di supplica, forse raccomandato di contenersi, il Poeta si dimostra rispettoso e più preciso. Rammenta di avere già inoltrato supplica (scripsite nel meo libello), senza averne alcun riscontro. Fà notare quanto scandalo la sua detenzione provochi nell'Ordine dei Francescani (la mea matre religione fa gran planto con sua scorta). Poi non riesce a contenersi, come al solito: approfitta del  testo evangelico per enunciare quello che più gli interessa: di fare il poeta. Vorrebbe ancora cantare, ad alta voce, la sua fanciullesca lode ad Iddio "ch'eo pòzza cantare ad voce     quello osanna puerile". E questa piena voce, salta fuori dal miracolo evangelico del cieco, cui resa resa la vista ma qui parla, incongruamente, come fosse stato muto.
Più propriamente, Iacopone canterà del sordo-muto guarito da Gesù; "e l'audito me sse renda    e sia sciolta la mea lengua,     che legata fo con 'Sile'. Che io possa si ascoltare ma che, sopra tutto io possa parlare di nuovo: sia disciolto il nodo "Sile" (stai zitto e silente!) che la Scomunica impose al Poeta. Il quale infine implora (o dice di implorare) che il suo pianto di anziano (senile) si riconverta in canto:  "ch'en cantare torni el luge   che è fatto del sinile." Qui noi si potrebbe dire: che il pianto si converta in "diritto alla poesia" se, in questi tempi oscuri, ciò non facesse ridere o affilare la scure dei carnefici.
Tralasciando le allusioni riscontrate, tutta questa poesia di Iacopone sembra davvero una supplica al papa. A questo papa:  "bruttura de peccato", e "Lucifero novello". Sia come sia, in quanto papa e vice, qui lo si  paragona al Cristo che miracola. Qui mi azzardo nuovamente a interpretare Iacopone: direi che Bonifazio, insieme a Celestino e Iacopone, è pure lui, venuto al paragone... oro o rame, filo o stame? Sarà superfluo attendere il referto dell'esame: Boninazio è una merda, secondo Iacopone.

Torno infine alla Scomunica dal rito della Comunione, la Scomunica di cui, il Poeta chiederebbe la revoca. Iacopone è poi davvero, affetto da quella insaziabile "fame di sacramento", asserita da Le Goff nel suo "Francesco di Assisi"? Nel suo racconto mistico, Iacopone si unisce col dio Cristo in Comunione erotica più che alimentare. L'amor divino è cantato di frequente come erotico, in Europa altrettanto che in Oriente, Vicino e Lontano, ma direi anche per l'Africa (di Americhe non so). L'Anima Sposa di Iacopone, col divino ci va a letto, più che a tavola con Cristo imbandito come cibo: Il Poeta ci canta il Sacramento dell'Eucarestia più raramente che l'alcova mistica.
Iacopone ci spiega il Pater Noster distinguendo le tre specie di pane quotidiano da chiedere al Signore (22 En sette modi, co' a mme pare). Innanzitutto il pane della devozione, che mantiene le anime in erotico abbraccio con Dio:
El primo pan ne ten con Deo
abracciat'en delettanza.
Poi il pane consacrato sull'altare, che ci fa socializzare con il Prossimo:
l'altro al prossemo n'à legati
en la fedele congreganza.
Infine, il pane materialmente detto, che mantiene i corpi in vita:
l'altro sì ne dà sustanza
ne la vita che menamo.
Perciò il divieto di Eucarestia, per Iacopone sarebbe letteralmente "Scommunicazione": noi si direbbe assenza di comunicazione, di collegamento sociale. In merito, ho avanzato un'ulteriore ipotesi arbitraria, ed anagogica più che teatrale, in un mio libello divulgativo ("Il Beato Maledetto, I. da T."  Ed. Strade Bianche di Stampa Alternativa, 2016, anche online).  Mi limito a riassumere: in 53 "Que farai fra Iacovone...?" , il Poeta ci canta tre visioni (o allucinazioni). Queste sono il canestrello, che sembra contenere cinque pani belli interi, il pesce en peverata e il taglier de sturione. 5 pani e 2 pesci in totale: se ne trovano altrettanti nel miracolo di Cristo della Moltiplicazione, che è simbolo attestato dell'Eucarestia. La catina che scende dall'Alto, e le croste di pane dal canestrello appeso come Cristo, non potrebbero essere (anagogicamente) il Calice e l'Ostia? Con i quali Iacopone si amministra da sé la negata Comunione, in barba al papa e a tutt'e quanti i preti, mentre ristabilisce la comunicazione: emettendo e trasmettendo quei tre suoi canti che in effetti, abbiamo ricevuto... diremmo per miracolo.

Abbia pazienza e saluti iacoponici
LG











Thursday, September 15, 2016

Iacopone evade da i Sabbioni

Caro Riccardo Arena di Radio Carcere,
 
(((certo tu non ti ricordi più di me: io sono quel ciclista che girava per la 2a Marcia per l'Amnistia: quella roba radicale, col Pannella sopra il camion, che batteva le manone alla Jazz Band, con tanti Direttori di carcere in corteo. con i Sindacalisti del penitenziario, più una teppa innominabile di Radicali Ignoti.
Sbandieravo sulla bici un bel tappeto, a forma di farfalla,  che fu tessuto a mano dai detenuti in Terni... "Laboratorio Estinto", mi pare avessi scritto sul cartello. Non ti ricordi? Mi scattati anche una foto... che dicesti di spedirmi, quando trovassi tempo. Non fa niente
Oggi però, tu dovresti (forse) leggere questa mia lettera in Radio Carcere: solo per cortesia verso Quelli Dentro e (forse) per spiegare qualche cosa a Quelli Fuori. Se l'ho fatta troppo lunga, salta pure i (tra parentesi). La mia lettera alla Radio comincia come segue:)))

Carissimo Riccardo,
tu dovresti scusarmi, via radio, con i ristretti Ospiti di Terni. Avevo già promesso di portargli "dentro" (proprio domani: 16 settembre) il mio piccolo spettacolo teatrale su un carcerato illustre: Iacopone da Todi. E' un santissimo poeta medievale, a suo tempo detenuto, in ergastolo ostativo, per reato di opinione. Lui lì ci scrisse (né so come potesse), una poesia bellissima, che te ne canto solo un pezzettino:
"La prigione che mi è data
è una cella sotterrata
ce ne scappa una latrina
che non sa di gelsomina."
Mi dicono che a Terni, nella Casa dei Sabbioni, molti aspettavano che Iacopone tornasse a raccontargli come si trovava in carcere... senza perderci un centesimo di onore. Ma Iacopone è evaso e non ci torna più.

S'era d'accordo (già da qualche mese), che questo mio spettacolo (la "Lauda carceraria di Frate Iacopone"), durasse una mezz'ora. Così l'avevo ridotto ed adattato (nella mezz'ora, ben specificata nella mia "domandina", dove elencavo pure ogni attrezzo di scena, che avrei dovuto introdurre in carcere: sonagli, catene, schiavetti, manette...)
Avevo offerto pure dieci copie di un mio libro appena uscito, su Iacopone, perché qualche Ristretto potesse informarsi in anticipo. Sono passati 700 anni!... occorre una breve lezione di Storia. Per questo libro, era meglio non "entasse": la Direzione disse che lo scaricava online, e che avrebbe provveduto a distribuirne copie. Chissà  poi, se l'ha fatto? (La Direzione esige... ma non ama esibire superflue tracce documentali. Comunque sia , questo maledetto libro  lo si trova online: "il Beato Maledetto" su www.stradebianchelibri.com http://www.stradebianchelibri.com/il-beato-maledetto---iacopone-da-todi.html

Ma Iacopone è evaso e, a Terni, non ci ritornerà. Purtroppo, lui rientrava in un evento, che è diventato sempre più importante: col Sindaco, col Vescovo, con tante Autorità: giornalisti di stampa e Tivù, un centinaio di invitati esterni... e non so quanto pubblico, selezionato tra gli Ospiti ristretti, che sarebbero gli Utenti prediletti del Gran Teatro Carcerario alla Moda. (E poi, pizza per tutti, cotta dalla Pro Loco del mio splendido villaggio: Porchiano del Monte).
 Insomma, solo pochi giorni fa, mi "riducono la Scena di un terzo": cioè devo recitare il "Detenuto Iacopone" in 20 minuti, invece che in 30. La scaletta del programma non mi fu mai rivelata, perciò non potrei dire quanto e come, sia poi modificata. So però, fin troppo bene, quanto il tempo carcerario è programmato. So pure molto bene, quanto, in caso di eccezioni, non occorra spiegarle a chi subisce.
Dunque sono costretto immaginare (lo ripeto: immaginare) che, all'ultimo minuto, a qualcuno venga voglia di montare sulla ghiotta passerella del Gran Teatro Carcerario alla Moda. Gli si dà 10 minuti? ma si prenda anche mezz'ora! Io non ci gioco più. Mi spiace, solamente, per i miei ex-compagni di collegio, che spero me ne vogliano scusare. Non sto a fare capricci da Prima Donna:  non lo sono e non lo sarò mai. Ma avrà pure Iacopone, il diritto di evadere? Non dico di galera, ma almeno dal sòrdido palco mediàtico, del Gran Teatro Carcerario alla Moda! Scusatemi, ripeto, oh fratelli detenuti.

Saturday, September 3, 2016